
"Mai Domi"
(continua:)
Il tuo funerale, Araldo, è stato un'esperienza nuova. Quel pomeriggio di novembre di un
anno fa, nel cimitero di Ancona eravamo in tanti: almeno tre generazioni di uomini e
donne che avevano avuto la possibilità di conoscere la tua qualità umana, la tenacia
politica, una schiettezza del tratto dolce e beffarda nello stesso tempo. Il funerale si è
trasformato in un'assemblea, con decine di persone che portavano una testimonianza,
un ricordo. Se tu avessi potuto esserci, forse ne avresti sorriso, ma credo che ti sarebbe
piaciuto.
Peccato che non possa disporre di una registrazione di quelle parole. Nella mia memoria
la cosa che mi ha colpito è che soprattutto gli anziani, quelli con cui avevi più discusso e
litigato, si riferivano a te come a un maestro del lavoro, del sindacato, della politica.
Ti ho conosciuto molti anni dopo il periodo di cui parla questo libro. Ci incontrammo per
la prima volta nel 1971, a Milano, in una riunione della commissione operaia del
«Manifesto». Ma è stato più tardi, intorno alla metà degli anni '80, lavorando entrambi
nella formazione sindacale della Fiom, che abbiamo cominciato a fare delle cose
insieme e a costruire la nostra amicizia.
Dopo la sconfitta alla Fiat, le imprese smisero di contrattare sul serio, imponevano ai
lavoratori le loro scelte unilaterali ed esercitavano il loro comando anche sul terreno
culturale. Si tentava di cancellare l'identità del lavoro perché restasse solo l'impresa, con
le sue compatibilità sempre più rigide, e senza doversi più confrontare con un altro
soggetto. I delegati sindacali erano quelli su cui più si scaricava la pressione delle
aziende. In quella fase il nostro scopo era quello di ricostruire un punto di vista autonomo
dei lavoratori e del sindacato, senza il quale era impossibile che ripartisse una vera
contrattazione, che non fosse subalterna.
Abbiamo lavorato molto insieme in quel periodo. Ricordo i corsi di formazione di
Arcevia, che organizzavi e coordinavi con la tua precisione, scrupolosa anche per i
dettagli apparentemente più insignificanti. Come me, non sopportavi il pressappochismo.
Durante le giornate di Arcevia noi due avevamo una pausa, di un'ora e mezza, mentre i
partecipanti al corso lavoravano divisi in gruppi. Allora si andava a spasso per il paese,
discutendo, e la tua domanda più assillante era sempre la stessa: ma tu cosa pensi, ce la
faremo davvero a riprendere l'iniziativa? La tua esperienza, proprio quella degli anni '50,
ti aveva insegnato che saper resistere nelle fasi difficili è indispensabile, ma poi, se non
riesci ad andare avanti, finisci per andare indietro.
Lavorammo insieme per sei anni, incontrando in tutta Italia qualche migliaio di delegati e
di militanti della Fiom. Poi, all'inizio degli anni '90, fummo liquidati. La nostra esperienza
di formazione entrò in conflitto con la linea politica della Fiom (e della Cgil) di allora, che
era di adattamento alle scelte delle imprese. A provocare la crisi fu una scelta clamorosa.
Improvvisamente, Fim, Fiom e Uilm chiesero alla Fiat di fare dei corsi per i delegati
sindacali. Non riuscivi a crederci: come è possibile che il sindacato affidi alle imprese -
alla Fiat di Romiti - di formare i suoi delegati?
La sconfessione dell'ipotesi su cui stavamo lavorando non avrebbe potuto essere più
chiara. Conclusi che eravamo arrivati al capolinea e diedi le dimissioni dall'incarico di
responsabile nazionale della formazione della Fiom.
Io mi sono dimesso, tu no. Non criticasti la mia scelta; eri d'accordo sul fatto che ciò che
era accaduto era così incredibile da rendere necessario un atto di rottura. Ma essendo
fatto di un'altra pasta, più tenace della mia, continuasti a fare formazione, corsi
all'università, 150 ore. E mi invitavi sempre: credo di essere stato più volte ad Ancona in
quel periodo che non negli anni precedenti.
Continuammo anche la comune battaglia politica nel sindacato. Ricordo, in particolare,
l'assemblea per il congresso della Cgil del '92 nel cantiere navale di Ancona, in cui
entravo allora per la prima volta. Dovevo presentare il documento di Essere sindacato,
una proposta alternativa alla linea della maggioranza del gruppo dirigente della Cgil.
C'eri anche tu, che nel cantiere eri di casa anche se ne eri uscito già da otto anni. Ricordo
i tuoi suggerimenti prima dell'assemblea, ti vidi durante parlare con diversi lavoratori;
poco prima del voto finale ti avvicinasti: «Stai tranquillo, ce la facciamo senza problemi».
Il documento di Essere sindacato prese più dell'ottanta per cento dei voti: il cantiere
navale chiedeva di cambiare linea.
Qualche tempo dopo fecero fuori anche te. Non ti costrinsero alle dimissioni, che forse
non avresti mai dato: semplicemente, ti dissero che non c'era più bisogno di te. Non era
un licenziamento, visto che da quando eri andato in pensione il tuo lavoro per la Fiom
era gratis, fu peggio di un licenziamento.
Ti iscrivesti al sindacato dei pensionati, ma non era il luogo adatto a te, che sei sempre
stato un uomo di prima linea. Ricordo invece la soddisfazione nei tuoi occhi quando la
nuova Fiom di Ancona, dopo il congresso di Livorno del 2004, ti chiese di riprendere a
fare formazione. Era come se ti fosse stato restituito l'onore, dal momento che il rapporto
con la Fiom era sempre stato speciale per te. Ti sei messo al lavoro e hai messo in piedi
un corso all'università per i dirigenti della Fiom, un'esperienza magistrale, tutta impostata
sullo scambio di esperienze tra i giovani delegati di oggi e i sindacalisti protagonisti di
fasi precedenti. Il corso andò bene e avevamo già cominciato a discutere su come
progettare una seconda fase. Una malattia spietata ti ha impedito di continuare.
Intanto negli ultimi anni un nuovo legame si era stabilito tra noi. Alla fine del '96 mi fu
affidato l'incarico di seguire i cantieri navali e venivo spesso ad Ancona nella «tua»
fabbrica. Mi seguivi da lontano, mi davi delle dritte, mi facevi tante domande. Eravamo
sul tuo terreno: la condizione di lavoro, il confronto con l'impresa, le vertenze.
Commentavi le lotte nei cantieri e gli accordi con competenza e passione. Ricordo
l'impasto di angoscia e fiducia con cui mi interrogavi, dopo l'accordo separato del 2003,
nei dieci lunghi mesi della vicenda per il pre contratto in Fincantieri. La domanda era
sempre la stessa: ce la fate? ce la facciamo? Alla fine ce l'abbiamo fatta.
Non mi è stato possibile, caro Araldo, ascoltare dal vivo la tua testimonianza. Ho visto il
video qualche mese dopo e ho letto e riletto le bozze di questo libro e mi sono chiesto
che cosa sia rimasto degli anni '50 nella soggettività delle lavoratrici e dei lavoratori di
oggi. Gli operai dei cantieri navali sono ancora «mai domi» come eravate voi?
Nonostante tutto, penso di sì. O almeno speriamolo.
Roma, ottobre 2006
Sandro Bianchi
Presidente del Comitato centrale della Fiom-Cgil
e responsabile della cantieristica navale della FioM-Cgil
