Un ricordo di Araldo Gambini

Il testo che segue è stato pubblicato da Il Manifesto

L'ultima volta che ho incontrato Araldo è stato a Roma. Se ne stava seduto sul bordo
della fontana di piazza Esedra a leggere il suo manifesto. Era arrivato in treno, partendo
all'alba da Ancona perché voleva esserci, alla faccia dei suoi 77 anni e di quella
maledetta leucemia che era riuscito per anni a tenere a bada. Voleva esserci alla
manifestazione per liberare Giuliana Sgrena e aveva convinto altri compagni
marchigiani a organizzare la trasferta. Era preoccupato quando ci siamo salutati: «Come
mai c'è così poca gente? Ma l'avete organizzata bene?». L'avevo tranquillizzato, siamo a
Roma e qui tutto comincia in ritardo. Mi sforzai così tanto di essere convincentemente
ottimista che alla fine lo divenni davvero. E la piazza si riempì, e come si riempì. Araldo
ha passato la vita a organizzare manifestazioni in casa e pullman e treni per manifestare
in trasferta. La penultima volta che ho visto Araldo è stato ad Ancona, pochi mesi prima
della manifestazione per Giuliana. Mi aveva ingaggiato per tenere due lezioni - una alla
facoltà di Economia e una a Fabriano - per il corso delle 150 ore della Fiom,
organizzazione a cui non ha mai smesso di dedicare se stesso.Incredibile, pensai,
quell'esperienza straordinaria inventata negli anni delle grandi lotte operaie resiste
ancora. Se resiste, in qualche posto in giro per l'Italia, è grazie a compagni irriducibili
come Araldo, capaci di muovere gli operai e trascinarsi dietro gli «intellettuali», i
professori universitari, i giornalisti. Avreste dovuto vederlo mentre metteva in riga i
delegati metalmeccanici che si distraevano durante quel corso delle 150, o che si
allontanavano alla chetichella per fumare una sigaretta. Come bambini colti con il dito
nel barattolo della nutella, al suo richiamo scattavano sull'attenti e ricominciavano a
prendere appunti.Impegno, rigore, passione politica. Ecco chi era Araldo Gambini,
operaio ai cantieri navali e sindacalista, partigiano e militante comunista, piccista travolto
dalla grande onda del Sessantotto e, naturalmente, automaticamente, «manifestino».
Insomma, tutte le cose che ricorda in questa pagina il suo amico e compagno di sempre,
Daniele Dubbini, nell'ultimo saluto rivolto ieri ad Araldo al cimitero di Ancona da
compagni, amici, operai dei cantieri navali. Chiunque di noi al manifesto si avvicinasse
per qualche servizio ad Ancona non poteva non incontrare Araldo. Non solo e non tanto
come segno di rispetto per uno dei padri fondatori di questo giornale, prima ancora del
gruppo politico. Il fatto è che da lui potevi imparare un sacco di cose, e non solo del
passato. Potevi avere stimoli, tracce da seguire, nessi da svelare. Che stessi facendo un
servizio sul lavoro al porto, o che fossi in attesa di una nave per andare a vedere il lavoro
degli scarpari marchigiani nei Balcani, non mancava mai chi - Nazzareno, Sergio,
Daniele... - verificava: «Hai parlato con Araldo?». Sono curiosi i compagni anconetani:
rigorosi e goderecci. Ogni anno, dal `71, organizzano una serata per discutere del
manifesto, le sue svolte, le sue crisi, le sue proposte. Prima un incontro pubblico per
parlare di politica con la città o presentare un libro, poi una cena in trattoria - un anno la
frittura di pesce, un anno lo stoccafisso - «per fare i conti», rinnovare gli abbonamenti al
giornale e farne di nuovi. Ecco, Araldo è stato, insieme ai compagni del Laboratorio
sociale, il motore di questi appuntamenti anconetani. Che gli sopravvivranno, ne siamo
certi.Al dolore per la perdita di Araldo Gambini si aggiunge, per chi scrive, un piccolo
senso di colpa. Qualche tempo fa mi spedì una e-mail: «Ti dicevi commosso per aver
scoperto che c'è un posto dove si fanno ancora i corsi delle 150 ore. E allora perché non
lo scrivi?». Promesso, Araldo, ne parleremo presto sul tuo giornale. Per il collettivo del
manifesto sarà un modo per sentirti ancora con noi.

LORIS CAMPETTI
il Manifesto
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